di redazione
Le elezioni parlamentari in Israele consegnano al Paese un quadro politico incerto e senza maggioranza. Il blocco di destra e dei partiti religiosi guidato dal primo ministro uscente Benjamin Netanyahu si attesta a 53 seggi, confermando il Likud come primo partito del Paese con circa 26 seggi. Dall’altra parte, il principale blocco di opposizione guidato da Gadi Eisenkot, si ferma a 48 seggi. Il dato politicamente più dirompente di questa tornata elettorale è l’affermazione dei partiti arabi che raggiungono complessivamente 19 seggi (12 alla Lista Unita e 7 a Ra’am guidato da Mansour Abbas), quasi il doppio rispetto alla precedente legislatura; una crescita spinta da un’affluenza record nelle comunità arabe, che ora si propongono come l’ago della bilancia della politica israeliana.
Mentre il presidente israeliano Isaac Herzog ha annunciato l’avvio delle consultazioni ufficiali per la prossima settimana invitando tutte le forze a un’apertura per evitare il rischio di un ritorno alle urne, si apre la fase di trattative serrate. Netanyahu punta a compattare la destra, mentre le opposizioni valutano le diverse opzioni strategiche, con il nodo cruciale del coinvolgimento o del sostegno esterno delle forze politiche arabe.
In un clima di crescente tensione, i manifestanti scendono in piazza a Tel Aviv per chiedere l’inclusione dei partiti arabi nel nuovo governo. La polizia israeliana interviene ed effettua diversi arresti. Il risultato elettorale storico registrato dai partiti arabi potrà essere davvero ignorato da un Paese che si definisce una grande democrazia?