Editoriale di Morena Marzoli
Le recenti uscite del generale Roberto Vannacci, che liquida i femminicidi come “semplici omicidi” e sostiene che questa parola non esista, sollevano una domanda inevitabile: perché? Che bisogno c’era, con la scusa di un cavillo lessicale, di andare a toccare una legge di civiltà?
In linea di principio, si potrebbe anche riflettere sul fatto che, in un mondo ideale, una donna non vorrebbe mai sentirsi parte di una “specie protetta” o necessitare di etichette speciali per vedere tutelata la propria vita; un omicidio, nella sua brutalità astratta, è sempre una vita spezzata, ma la realtà dei fatti è un’altra. In Italia esiste una legge, frutto di un percorso di civiltà imprescindibile, che riconosce una matrice specifica a questi crimini e metterla in discussione non solo è fuori luogo, ma rappresenta una mancanza di rispetto profonda e intollerabile nei confronti di tutte le donne che sono state uccise a causa del possesso, del controllo e della pretesa di dominio. Oggi negare il “femminicidio” rappresenta una regressione incivile che calpesta la memoria di quelle vite e il dolore delle famiglie.
E per scongiurare il pericolo di un’involuzione culturale non dobbiamo dimenticare da dove veniamo. In Italia, fino a non molti decenni fa, il codice penale contemplava norme agghiaccianti come il delitto d’onore e lo stupro non era considerato un crimine contro la persona, bensì un reato contro la morale pubblica che si estingueva con il matrimonio riparatore. Le conquiste di civiltà, comprese le leggi a tutela delle donne e l’introduzione del reato di femminicidio, non sono nate per caso.
I numeri reali: chi uccide le donne in Italia?
I dati delle statistiche ufficiali, come quelli del Ministero dell’Interno e dell’Istat, sono drammatici. Ogni anno in Italia assistiamo a circa cento femminicidi e di fronte alla retorica di chi cerca capri espiatori ovunque, i numeri parlano chiaro: la stragrande maggioranza degli autori di questi crimini è composta da nostri connazionali, fidanzati, mariti, compagni, ex o familiari e non dagli immigrati. Gli assassini sono persone perlopiù radicate all’interno della nostra stessa società e della nostra cultura domestica made in Italy. Il problema è interno, strutturale e culturale.
Quando vengono sdoganate certe infelici affermazioni da parte di esponenti politici, dobbiamo prendere atto che siamo di fronte ad una precoce e cinica campagna elettorale condotta sulla pelle delle donne. Quando non si hanno risposte concrete per il Paese, la scorciatoia più semplice è inventarsi un nemico, polarizzare l’opinione pubblica e colpire la parte percepita come più debole o esposta della società.
In un contesto storico in cui ci si dovrebbe occupare e preoccupare di ben altre problematiche che gravano sul Paese, oggi dobbiamo adoperarci per ribadire e difendere dei principi di civiltà che non dovrebbero nemmeno essere messi in discussione.